bdsm
Katiuscia la cameriera #10
Efabilandia
10.09.2025 |
14.728 |
2
"Prese un divaricatore dalla busta, un attrezzo d’acciaio freddo che scintillava, e lo infilò nella mia fica, avvitando le viti..."
Giovedì mattina, la villa era immersa in un silenzio opprimente, rotto solo dal ronzio del mio laptop e dalle voci lontane dei colleghi in call. Ero nello studio, il tailleur grigio chiaro che sfregava contro la pelle, il plug da 8 cm che mi devastava il culo, una voragine pulsante che mi marchiava come puttana. La fica, ancora gonfia e livida dai calci di Katiuscia, bruciava a ogni movimento, un dolore sordo che mi ricordava la mia rovina. Leonardo era nella sua camera, immerso nei compiti, Matteo fuori casa. Il profumo di cera al limone si mescolava al mio sudore, il pavimento di cotto freddo sotto i piedi scalzi.Katiuscia entrò senza bussare, il corsetto di lattice nero che scricchiolava, la gonna di pelle rossa corta che sfregava contro le cosce, gli stivaletti a punta che ticchettavano. Portava una busta della spesa, grande, opaca, il contenuto un mistero che mi gelava il sangue. I suoi occhi verdi mi trafiggevano, un sorriso crudele sulle labbra. Si affacciò allo studio, vedendomi in call, il microfono acceso ma la webcam spenta. Con un cenno della mano, mi ordinò di togliermi le mutandine e alzare la gonna sopra la vita. Scossi la testa, il cuore che martellava, la paura che Leonardo fosse a pochi passi, il rischio di essere scoperta. Katiuscia si avvicinò in silenzio, il suo profumo muschiato che mi soffocava, e mi colpì con due ceffoni, il suono secco che echeggiava, le guance che bruciavano. Indicò di nuovo, il gesto inflessibile. Tremante, mentre rispondevo a una domanda in call, mi sfilai le mutandine, il pizzo nero che cadeva sul cotto, e alzai la gonna, sedendomi a pelle sulla sedia di legno, il freddo che mordeva la carne, il plug che mi torturava.Katiuscia mi alzò la gonna fino in vita, esponendo la fica gonfia, i segni dei calci ancora violacei. Con i guanti da lavoro gialli, l’odore di lattice che pizzicava il naso, mi toccò, le sue dita che scivolavano sul clitoride martoriato, masturbandomi con forza. Ero sorpresa, il cuore che martellava, ma il mio corpo tradì, bagnandosi copiosamente, l’umidità che colava sulla sedia. In silenzio, per non farmi sentire in call, un orgasmo mi travolse, smorzato in gola, il piacere amplificato dal plug, la vergogna che mi consumava. Katiuscia mi baciò, la sua lingua che invadeva, il gusto muschiato che mi nauseava. Dalla busta, posata accanto a sé, tirò fuori un fascio avvolto in carta di giornale. Non ci feci caso, persa nel bacio, finché non lo strofinò sulla mia fica. Un dolore acuto mi esplose nel cervello, un fuoco che mi fece contorcere. Aprii gli occhi: ortiche, le foglie verdi e pungenti che bruciavano la mia carne. Cercai di stringere le gambe, ma le ortiche sfregarono sulle cosce, bolle rosse che si formavano ovunque, un bruciore che mi spezzava.“Sei stata brava, puttana, ma la tua fica non dovrà più godere,” sussurrò Katiuscia, gli occhi che scintillavano. “Apri le cosce, altrimenti è peggio.” Obbedii, tremante, il dolore che mi devastava, mentre strofinava le ortiche sulla fica, il bruciore che si intensificava, la carne che si gonfiava. Mise il fascio al centro, ordinandomi di stringere le gambe. Il fuoco era insopportabile, la fica un inferno, ma dovevo parlare, era il mio turno in call. Con la voce rotta, parlai dello stato del progetto, ogni parola un’agonia, il bruciore che mi consumava. Katiuscia uscì, lasciandomi sola. Approfittai per togliere le ortiche, ma la fica era un disastro, gonfia, rossa, piena di bolle, un dolore che mi faceva tremare.Finita la call, non riuscii a rimettere le mutandine, il bruciore troppo intenso. Nuda sotto la gonna, mi sedetti accanto a Leonardo per i compiti, il suo sorriso innocente un coltello nel petto, il plug che mi torturava, la fica che bruciava. Il pomeriggio trascorse in una nebbia di dolore, il bruciore che non smetteva, ogni movimento un’agonia. Matteo tornò, portando Leonardo a calcetto, lasciandomi sola con Katiuscia. Entrò nello studio, il lattice che scricchiolava, un sorriso sadico. “Puttana, ora è il momento di soffrire,” disse, colpendomi con due schiaffoni che mi fecero barcollare. Mi scaraventò sul divano, alzandomi la gonna, mostrando la fica piena di bolle, un relitto rosso e gonfio. Prese un divaricatore dalla busta, un attrezzo d’acciaio freddo che scintillava, e lo infilò nella mia fica, avvitando le viti. Il dolore era acuto, la carne che si spalancava, un’esplosione che mi faceva urlare. Continuò, un altro giro, la fica che sembrava sul punto di lacerarsi, il bruciore delle ortiche amplificato. Sfilò il plug dal mio culo con un “pluf” che echeggiava, il buco spalancato che colava, e diede altre due girate al divaricatore. La fica era aperta come se dovesse partorire, un dolore che mi spezzava, il clitoride martoriato che pulsava.Dalla busta, prese una radice di zenzero sbucciata, gialla e lucida, e la infilò nella fica spalancata, togliendo il divaricatore. La carne si richiuse, intrappolando lo zenzero, un fuoco infernale che mi fece urlare dopo pochi istanti, le mani che cercavano di strapparlo via. Katiuscia mi bloccò, legandomi i polsi con il nylon, il materiale che mordeva. “La tua fica non la userai più, dovrai godere solo dal culo e chiedere di essere inculata,” sussurrò al mio orecchio, la voce un coltello. Feci cenno di sì, il dolore che mi devastava, il corpo che tremava. Mi lasciò così per venti minuti, il bruciore dello zenzero che mi torturava, la fica un inferno. Poi, senza guanti, mi toccò il clitoride, le sue dita nude che sfregavano le bolle delle ortiche, la carne gonfia che bruciava. Mi bagnai copiosamente, l’umidità che colava visibilmente, e un orgasmo mi travolse, non anale, un’esplosione dalla fica martoriata che mi fece urlare, lo squirt che espelleva la radice di zenzero, un fuoco liquido che mi spezzava. “Lo vedi che sei una puttana, godi anche così,” disse Katiuscia, soddisfatta.Mi fece girare, il divano di pelle bianca freddo contro la pelle. Mi fistò il culo, la mano nuda che entrava con forza, il suono umido che echeggiava, un dolore e piacere che mi faceva contorcere. Un orgasmo anale mi travolse, il corpo che tremava, l’umiliazione che mi marchiava. Stavano per tornare dal calcetto, e Katiuscia accelerò. Si tolse le mutandine, il pizzo nero intriso del suo odore muschiato, e si sedette sulla mia faccia, ordinandomi di leccare. La mia lingua scivolò sulla sua fica, il gusto salato che mi soffocava, fino al suo squirt dolce-amaro che mi inondava. Poi mi pisciò in bocca, l’odore acre che mi travolgeva, ordinandomi di tenerla aperta. Ingoiai, il pieno di piscio che mi umiliava. Mi fece leccare il culo, la mia lingua che scivolava nel buco, il sapore amaro che mi nauseava, fino a quando fu appagata.Si alzò, tirando fuori dalla busta una cintura di castità, acciaio freddo con una grata davanti e un’apertura dietro. “Questa la indosserai, il lucchetto lo tengo io,” disse. “Davanti puoi fare pipì e pulirti, ma non avrai rapporti. Dietro è aperta per il plug. La metterò ogni giovedì e la toglierò il sabato, così il venerdì i tuoi amici potranno solo incularti.” Me la chiuse intorno alla vita, il lucchetto che scattava, la chiave che spariva nella sua tasca. “Sabato, quando la tolgo, avrai un’altra dose di calci sulla fica, perché non devi godere con la fica,” aggiunse, il sorriso sadico che mi gelava. La cintura mordeva la pelle, il contatto con la fica gonfia un tormento che mi eccitava. Mi ricordò che venerdì sarebbe venuto Malik, ma per evitare sorprese, mi diede l’indirizzo di un monolocale in affitto, un segreto che mi fece tremare di desiderio perverso, il pensiero del suo cazzo grosso e del somalo che mi sfondavano il culo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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